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isola di Favignana…

Cala Azzurra: Emozioni

autore: prof. Giuseppe Tortorici  © 2001

 Son ormai passati alcuni anni da quando, d'estate, mi recavo a trascorrere qualche tempo a favignana, a Cala Azzurra; 

ma il ricordo di quei giorni resta tuttora presente nel mio animo.

 Vedo ancora che levo dal letto non più tardi delle sei del mattino e mi avvio alle mie quotidiane, solitarie passeggiate sugli scogli per fare 

"ginnastica attiva". Ma in realtà sono "evasioni", che mi portano a godere di spettacoli, di sensazioni che, genericamente, potrei definire incantevoli.

 Da una parte il mare, dominato dalle scogliere su cui procedo; 

dall'altra, a pochi metri, la strada che delimita la campagna.

 Percepisco allora la particolare armonia che la natura ci offre. 

 Di solito il sole non é ancora sorto, ma sta per levarsi all'orizzonte, dietro le alture del marsalese.

 Tutto intorno sembra dormire: sia la vita vegetale che quella animale. 

 Non si distinguono forme o colori precisi; tutto è sfumato all'occhio: gli scogli non si stagliano nella varietà bizzarra del loro aspetto, ma si presentano come una striscia scura, variegata qua e là di grigio azzurro. Anche il mare ha un colore grigio perla.

 La campagna, dall'atra parte, appare un'uniformità vagamente bionda, macchiata da chiazze scure. 

 Se guardo davanti a me, vedo a distanza il Faro di Punta Marsala sospeso tra mare e cielo, che si confondono nella bruna del mattino. 

 Se mi volgo indietro, anche il Castello di Santa Caterina, sulla cima della montagna, lo vedo sospeso in cielo, contro ogni legge fisica.

 Quel che si percepisce bene è un profumo vivo, ma delicatamente composito, che, solo col tempo, un attento esame mi ha permesso di analizzare: 

è la fragranza del mare, profumato dalle fresche alghe che ne vivificano il fondo e bordeggiano gli scogli; 

è il finocchio selvatico, rigogliosamente in fiore, che ricopre gran parte dei campi; 

è la "nipitedda", la "mentha nepethis", dalle piccole foglie, che orla, sotto i muri a secco, la strada;  

è un'erba che non so precisare, dal profumo di mentolo;  

è sopratutto "'u.satareddu", il timo marino, che occupa quasi tutti gli spazi disponibili nei campi rocciosi.

 Via via che sorge il sole, le cose acquistano i loro colori naturali e i loro contorni.

Una varietà infinita di vite prende a muoversi tra le piante, che sembrano avere acquistato anch'esse il loro vitale aspetto quotidiano.

Gli scogli si distinguono sempre meglio l'uno dall'altro; 

il mare riprende il suo colore proprio, che lì è verde fresco ed azzurro trasparente; 

guardando attentamente, si scorgono i pesciolini nel fondo del relativamente basso; 

qualche gabbiano al mio passare si leva in volo; 

altri restano immobili, come prima, quando mi sembravano macchie bianche indistinte nel bruno delle scogliere.

 Ma non è uno spettacolo statico, esso, man mano che cammino, varia continuamente, facendomi scoprire cose nuove, colori nuovi.

La totale assenza di rumori prodotti dall'uomo permette di ascoltare una musica insolita, e comunque non percepibile durante il giorno: 

è il festoso saluto degli uccelli alla nuova luce; 

è il canto lamentoso dei gabbiani, che si perde sul mare; 

è il ritmico e pacato sciabordio di questo, lungo la costa rocciosa. 

Poco più in là, nei campi, si sente il lieve fruscio delle foglie, mosse dalla dolce brezza che accompagna il levarsi del sole; 

si percepisce appena il brusio che perviene dalle erbe brulicanti di insetti.  

 Ma una mattina ebbi la piena coscienza di godere il fascino della natura con tutti e cinque i sensi contemporaneamente. 

Dopo la passeggiata alla quale ho accennato, ho l'abitudine di tuffarmi in mare per una nuotata vivificante, più lunga possibile. 

Quella era una mattina particolarmente calma: 

il mare era lucido e purissimo: 

mi invitava suadente a rimanere ancora immerso, a godere della sua frescura. 

Così, prima di uscire dall'acqua, mi soffermai, disteso bocconi, ancora in posizione di nuoto, su una specie di piattaforma erbosa a fior d'acqua, nei pressi dello scoglio dal quale solitamente mi tuffo: godevo la carezza della blanda, sussurrante risacca, che scivolava sul mio corpo; 

mentre avevo in bocca il sapore di quel mare aromatico, il cui profumo giungeva ad ubriacarmi. 

Quando, alzando lo sguardo, mi si presentò uno spettacolo indimenticabile: 

sullo specchio del mare, illuminato obliquamente dalla luce del sole ancora basso, su uno sfondo di un azzurro che si sfumava in mille graduazioni, 

mi apparve riflessa la costa opposta di Cala Azzurra: 

la striscia, dal bruno al grigio, della parte interiore bagnata dal mare: 

la parete soprastante marrone, chiazzata di varie graduazioni di rosso ruggine, con intramezzate le macchie verdi dei cespugli di capperi; 

verso il vertice della cala, una pennellata di grigio chiaro, prodotta da un sedimento di argilla.

 Pretendere di volere raffigurare compiutamente visioni e sensazioni così elevate è sogno irrealizzabile. 

Ma allora capii come davvero solo la natura può offrirci la possibilità di gustare emozionalmente, con tutti i sensi nello stesso tempo, sensazioni umanamente inconcepibili, e quindi inesprimibili, nella loro simultaneità.

Capii veramente quello che Dante voleva dire (a parte la sua visione teologica), quando definiva la Natura madre dell'Arte.

 Credo inoltre che le persone, a contatto di quella magia, partecipino di quell'incanto, diventando più buone, lontane dall'indifferenza, 

o addirittura dalla diffidenza, che regola la vita sociale normale.       

 Con quel rarissimo viandante che a quell'ora incontravo ci si scambiava un saluto accompagnato da un sorriso, che a me rivelava una comunione di affetti determinati da quell'atmosfera.

 Quando il sole diventa alto e con la sua luce abbagliante rende di nuovo tutto uniforme, cancella i profumi, stinge i colori, 

l'umanità invade la scena con la banalità indifferente del suo quotidiano.

 Le varie forme dell'Arte non possono che riflettere parzialmente singoli aspetti di queste emozioni.       

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